Recensione “Tropico del Cactus” (di Hugo Bandannas, 2020)

Ci sono stili letterari unici al mondo. Quel tipo di stile che leggi una volta e sapresti poi riconoscere ovunque. Non si tratta di un fattore particolare a farlo risaltare. Piuttosto io parlerei di fascino e come scrisse Bukowski:

Lo stile è una risposta a tutto.
un nuovo modo di affrontare un giorno noioso o pericoloso
fare una cosa noiosa con stile è meglio che fare una cosa pericolosa senza stile.
fare una cosa pericolosa con stile è ciò che io chiamo arte.
[…]
In prigione ho conosciuto uomini con stile.
Ho conosciuto più uomini con stile in prigione che fuori di prigione.
Lo stile è una differenza, un modo di fare, un modo di esser fatto.
Sei aironi tranquilli in uno specchio d’acqua, o tu, mentre esci dal bagno nuda senza
vedermi.

Io lo stile di Hugo Bandannas lo saprei riconoscere in qualunque contesto, in qualunque genere, tra gli scritti di qualunque altro scrittore. E, badate bene, sto usando una parola che utilizzo raramente: “scrittore”. Perché di questo si tratta quando parliamo del Bandannas!
In Tropico del Cactus, romanzo breve pubblicato per la sua Malavena Edizioni in formato digitale, Hugo da sfogo ad una scrittura acida, dal retrogusto metallico e alcolico, un trip weird psicho-mentale e cybernetico dall’attitudine (steam)punk, la fusione perfetta tra Burroughs, Gibson, Bukowski e Cronenberg, tra gli echi classici di chissà quale civiltà lontana. Un giro sulle montagne russe della follia, schizzofrenica visione che si sdoppia, triplica e quadrupla fino alla psicosi del fraintendimento tra identità e realtà, alla sintesi di penna e tastiera, vecchio e nuovo, analogico e digitale. In poco più di novanta pagine, un detenuto psicopatico ci racconta le sue memorie dal carcere, ma sebbene non ci sia Gramsci a far lui da nume tutelare, bensì San Crispino, il nostro protagonista dimostra tutta la sua capacità di critico sociale feroce e spietato, lasciandosi andare ad una prosa che a volte si dimostra poetica, altre filosofica, fino a diventare preda di deliri meta-linguistici che si spingono alla contaminazione fantascientifica di fatto, protesi del reale e delle assurdità onanistiche del web.

Sembra quasi di girare a vuoto durante la lettura di Tropico del Cactus e forse proprio di questo si tratta: un giro sulla giostra che non porta da nessuna parte. Eppure, sul finire della lettura, dopo excursus enciclopedici e storie che si aprono a storie per poi ritrovarsi con la porta chiusa in faccia, dopo erotico chimico e splatter a buon mercato, tra un salto nel passato e un giro nel deserto dei Tartari, quando la scrittura si fa gioco e il romanzo diventa straniante metamosfosi interattiva, ci si rende conto che è nato una sorta di desiderio in noi lettori. Una sorta di spinta emotiva ed intellettiva a guardarci intorno: il nostro terzo occhio si è schiuso per mezzo secondo, ma abbiamo scoperto in quell’istante che la realtà va ben oltre i confini del nostro sguardo.

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